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Chiesa di San Nicola da Tolentino

Chiesa di San Nicola da Tolentino vulgo dei Tolentini. Monastero dei Chierici regolari Teatini. Monastero secolarizzato

Storia della chiesa e del monastero

Avevano in Roma fondata nell’anno 1524, il nuovo istituto dei chierici regolari San Gaetano Tiene, e Giovanni Pietro Caraffa vescovo allora di Chieti, poi nella sede apostolica, detto Paolo IV, e già per la fama della sua santità, andava aumentandosi mirabilmente la nascente famiglia; allorché passato appena un triennio, convenne che nel saccheggio di Roma fatto dall’esercito di Carlo V, sotto la condotta del principe di Borbone patissero gli ottimi religiosi, e massimamente il loro santo padre, orribili vessazioni di prigionie e tormenti. Conoscendo però che in tale confusione di cose era loro difficile il vivere quieti in quella metropoli, portatisi ad Ostia, mentre ivi stavano esitando, dove dovessero rivolgersi, invitati da Agostino da Mula Capitano delle galere venete, e da Domenico Veniero già ambasciatore della Repubblica presso il pontefice, seco loro si imbarcarono verso Venezia, ove essendo già preceduta la fama della santità del Tiene, furono accolti con tutte le dimostrazioni di contento, e di venerazione.

Il primo alloggio della religiosa famiglia, che imitava nel vivere, ed uguagliava nel numero gli apostoli fu nell’Ospitale degli Incurabili, ove fermatisi pochi giorni, passarono poi ad abitare una casa posta non lungi dalla Chiesa di SantEufemia nell’Isola della Giudecca sotto il governo del Caraffa, che fin dall’istituzione della religione si avevano stabilito per primo preposito. Fu tale il credito, che si acquistò l’uomo illustre appresso ogni ordine di persone, che il Senato lo destinò (come attestano le Venete Storie) commissario ed arbitro insieme col Legato apostolico, e coll’arcivescovo di Salerno per decidere e comporre alcune controversie insorte fra la Repubblica, e Ferdinando arciduca d’Austria.

Incomoda frattanto riuscendo ai religiosi l’’abitazione in quell’Isola, sì per la qualità del sito separato dalla città, come per non avere chiesa di loro disposizione, passarono nel mese d’agosto dell’anno 1527 ad abitare nell’Abbazia di San Gregorio, ove avendo terminato il Caraffa la sua prepositura, gli fu destinato successore nel giorno 14 del susseguente settembre San Gaetano.

Né pure in questo luogo si fermarono lungamente; poiché appena passati pochi mesi, avendo ottenuta dai devoti aggregati ad una confraternita di San Nicolò di Tolentino il loro oratorio posto nella Parrocchia di San Pantaleone, ivi ridotto l’oratorio ad uso di chiesa si fermarono in fissa dimora nel mese di novembre dell’anno 1528, doppiamente felice per la religione, e per lo stabilimento di sua sede in Venezia, e per l’acquisto dell’illustre beato Giovanni Marinoni, che dalle mani di San Gaetano ricevette nel mese di dicembre l’abito dei chierici regolari. Conviene però a tal passo riferire l’origine di quell’oratorio, da cui prese denominazione la chiesa, ed il luogo stesso detto ancor volgarmente dei Tolentini.

Nella Chiesa di Santo Stefano degli Eremiti Agostiniani istituirono alcuni devoti uomini una congregazione, e riducendosi sotto i chiostri del monastero, ove era un altare dedicato a San Nicolò Confessore, detto di Tolentino, ivi piamente si esercitavano in orazioni ed altre devote opere sotto la direzione di quei regolari. Insorte poi a turbare la loro pace alcune contese coi religiosi padroni del luogo, determinarono nell’anno 1490 di portarsi altrove. Che però radunata dall’elemosine dei confratelli sufficiente somma di soldo, acquistarono nell’anno 1498, per prezzo di 420 ducati un terreno, ove poi nell’anno 1505, eressero un oratorio sotto l’invocazione dell’antico loro protettore San Nicolò di Tolentino. Passarono pochi anni dall’erezione, allorché il piovano, ed i capitolari di San Pantaleone, gelosi del concorso, che nel giorno di San Nicolò, ed in altre solennità frequentava questo oratorio, gli mossero litigi; i quali però presto furono con l’interposizione di comuni devoti amici ridotti a calma. I confratelli dunque di questo Oratorio, riconosciuta la pietà non solo di San Gaetano, ma anche degli esemplarissimi di lui figli, tutti attenti al Divino servizio, ed alla santificazione del prossimo, e vedendoli privi di sede stabile andare raminghi, pensarono d’offrire loro l’oratorio, nel quale operando i ministeri del loro istituto, riuscissero anco utili agli stessi confratelli, dirimendone le coscienze, e promovendone la devozione. Era allora il secondo anno della Prepositura di San Gaetano, cioè (come si è detto) di Cristo 1528, quando la religiosa famiglia si portò ad abitare nel luogo, ove poi fu fabbricata per il numero accresciuto dei padri una più ampia e dilatata casa.

Conosceva il pontefice allora regnante di quale merito di pietà, e di dottrina fosse la nuova congregazione; per lo ché nell’anno 1529, commise a San Gaetano, ed al Caraffa, che impiegare si dovessero nella già da lui comandata riformazione del breviario; e poco dopo loro ingiunse, che indagare dovessero sopra la condotta, ed il dogma dei Greci abitanti in Venezia, osservando gli inconvenienti, che ivi seguissero, e pensando agli opportuni rimedi. Li destinò pur anco nel finire dello stesso anno il provvido pontefice per riformare la congregazione degli Eremiti Dalmatini, che istituita da Giacomo Pavone circa l’anno 1524, appena morto il di lui fondatore, era decaduta dall’osservanza di suo istituto.

Questi furono gli illustri principi della casa dei Chierici Regolari in Venezia, che può gloriarsi e per esser la prima, che stabilmente possedesse la religione, e perché da essa sortirono uomini spettabilissimi per santità, per dottrina, e per cariche Ecclesiastiche lodevolmente sostenute.

Né contenti di quell’aiuto spirituale, che nel loro recinto prestavano i buoni religiosi ai loro prossimi, procurarono anche di promuoverlo in altri luoghi. Onde con le loro esortazioni infervorarono la divozione dei veneti ad impiegarsi per la rinnovazione dell’Ospitale destinato alla medicatura degli Incurabili, e per l’erezione del monastero, ove si raccogliessero le peccatrici convertite.

Avendo poi con le oblazioni dei fedeli fatto acquisto di sito bastante e per la rinnovazione della chiesa, e per la fabbrica della casa, diedero i primi pensieri al più sacro degli edifici, di cui nell’anno 1591 pose la prima pietra benedetta nei fondamenti Lorenzo cardinal Priuli patriarca di Venezia, e fu egualmente sollecito che magnifico il lavoro, onde poté il patriarca Matteo Zane nel giorno 20 di ottobre dell’anno 1602, sotto il titolo di San Nicola di Tolentino solennemente consacrarlo. Il corpo di San Marcelliano, la testa di Santa Germana Martiri, tratti dai Cimiteri di Roma, una costa di Sant’Andrea Avellino, ed altre reliquie dei santi accrescono il decoro di questa chiesa riguardevole per la maestà dei suoi altari, per l’esterno prospetto di marmo, per i ricchi ornamenti, e molto più per l’esemplare pietà dei religiosi, che la coltivano. (1)

Visita della chiesa (1839)

Si entra in questa chiesa per un magnifico vestibolo, opera apprezzata di Andrea Tirali. L’interno poi della chiesa è ad una sola navata a croce latina; sulle teste del traverso della croce essere vi dovevano due tribune rotonde; ma premorto all’intera esecuzione lo Scamozzi si fecero alcune variazioni al primo disegno. Sopra il centro della croce si alza maestosa la cupola che rileva dal tetto, e nel resto della intera navata vi è da un lato tre cappelle minori, con due stanzini in sugli estremi che rispondono ad altri due simili in sugli angoli tra le dette due tribune e la maggiore cappella.

La elevazione interna consiste in un bell’ordine corintio sopra uno zoccolo ricorrente tutto all’intorno e sul cui sopra ornato muove un’ampia volta di pieno centro che ricopre tutta la chiesa. La lunghezza della chiesa medesima è triplice della larghezza, mentre l’altezza dal pavimento insino sotto la volta risponde alla media proporzionale armonica della lunghezza e della larghezza.

Noi gran fatto nell’esaminarla non ci fermeremo sui quadri appesi alle pareti, poco meritando la maggior parte di essi quanto all’arte. A gradire il curioso delle sacre cose diremo soltanto esprimere il secondo quadro, alla destra di chi entra, il Beato Giovanni Marinoni veneziano santamente vissuto tra i chierici regolari che qui abitavano.

Passando alla prima cappella, Sante Peranda fece nella tavola Sant’Andrea Avellino che sviene, ed il Padovanino i due quadri laterali; l’uno col santo trasportato oltre un fiume dagli angeli, e l’altro aiutato da essi nel cadere di cavallo.

Nella cappella vicina, della famiglia Pisani, sono di Camillo Procaccino i due quadri laterali con San Carlo Borromeo che libera una ragazza dalle acque nell’uno, e nell’altro col santo stesso in atto di benedire alcune donne. La pala col Cristo deposto adorato dalle Marie è del vivente Lattanzio Querena: pala di ottimo effetto e di succose colorito.

Sante Peranda, nella terza cappella di casa Soranzo, con grandissimo brio, dipinse la tavola con l’adorazione dei magi, e Bonifacio fece i due quadri laterali, l’uno con Erode e la salvatrice, e l’altro col Battista decollato. Dopo questa cappella è del Palma il ritratto del patriarca San Lorenzo Giustiniani in vista della piazzetta.

Nell’altare della seguente cappella Cornara si ammira una bellissima tavola di Jacopo Palma colla Vergine in gloria ed al piano i Santi Giovanni, Nicola da Tolentino, Teodoro, Francesco d’Assisi e Chiara. Quanto qui è corretto il disegno! Quando sono morbide le carnagioni! E come è verace mai ogni cosa! Ai lati della presente cappella vi sono due depositi fatti erigere dal doge Giovanni Corner nel 1720. Sono in essi dodici busti di altrettanti soggetti i più chiari della sua famiglia, ed in uno in bassorilievo, di quello alla sinistra, sta espressa l’offerta del regno di Cipro al Doge Agostino Barbarigo ed alla dogaressa sua moglie, fatta dalla regina Caterina Cornaro.

Giovanni Lys fece il quadro accanto a questa cappella con San Girolamo visitato da un angelo, opera di molto buon gusto, siccome non lo è meno l’altro vicino quadro di Girolamo Forabosco con San Francesco ricreato al suono di un angelo. Nella cappella maggiore è grandioso, se non di corretto disegno, il mausoleo del patriarca di Venezia Francesco Morosini, morto nel 15798. Il tabernacolo è veramente magnifico, ed il soffitto, con la gloria di San Gaetano, fa prova della perizia di Mattia Bortoloni che lo eseguiva. Freschissima, bellissima, di gran carattere, e del migliore tempo è nella sagrestia la deposizione di Croce. Vi hanno ivi inoltre tre buone copie; l’una del miracolo dello schiavo di Tintoretto, l’altra della Madonna della seggiola di Raffaello, nonché l’Adorazione dei magi, lavoro dell’Hayez.

Tornando in chiesa, è di gran tocco il quadro esprimente San Lorenzo che dispensa ai poverelli i beni della chiesa, opera del Prete Genovese, e nella prima cappella che s’incontra, è lodata opera di Santa Peranda il San Gaetano circondato da varie virtù che incatenano gli opposti vizi. Il soffitto a fresco di questa prima cappella è dell’anzidetto Bortoloni. Di Sante Peranda è l’angelo con Tobia presso questa cappella, e del Prete Genovese è il quadretto di Sant’Antonio sopra il pulpito. Trattane la pala dell’altare, col martirio di Santa Cecilia (bella fattura di Camillo Procaccino), la seconda cappella è tutta dipinta da Jacopo Palma. Ai lati dell’altare si fece le due belle figure delle Sante Caterina ed Agata, e nel quadro alla destra, il martirio dei Santi Tiburzio e Valeriano, mentre in quello di rimpetto un angelo corona di rose Santa Cecilia.

Dello stesso Palma sono le pitture dell’altra cappella, cioè la tavola dell’altare con Cristo in Croce, le Sante Apollonia e Barbara ai lati, ed i due quadri alle pareti colla Visitazione di Santa Elisabetta nell’uno, e coll’Annunziata nell’altro. Nell’ultima cappella è di Camillo Procaccino la pala con San Carlo Borromeo, e di Sante Peranda sono le figure di Davide e di Salomone ai lati dell’altare. Trascurati gli altri quadri appesi, diremo solo essere di Gaetano Zompini il soffitto a fresco nella gran cupola di questa chiesa.

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